La nostra Missione
Attraverso l’alpinismo desideriamo coinvolgere le popolazioni locali in un’esperienza sportiva, culturale e di sviluppo socio-economico sostenibile rispettoso dell’ambiente.
Il progetto Sul filo di cresta desidera percorrere alcune tra le più belle montagne del mondo, portando i valori dell’alpinismo nei popoli incontrati, offrendo loro una finestra su interventi socio-educativi che possano rappresentare proto-elementi di sviluppo per persone e comunità, nell’ottica di una sostenibilità economica ed ecologica.
Un programma dove la scolarizzazione, l’educazione, la diffusione e conoscenza della montagna sono fortemente connessi.
Da qui, nasce l’idea di una fondazione che possa raccogliere i fondi necessari. Un viaggio mirato verso l’alpinismo, ma non solo, rivolto verso gli altri, la vera motivazione per iniziare questa grande avventura.
Una linea di cresta immaginata negli anni di attività alpinistica di Giorgio, diventata un progetto umanitario attraverso l’incontro con Nawaf.
Dal Monte Bianco, una lunga cresta articolata attraverso vette e popoli del mondo, fino alla vetta della montagna regina, l’Everest.
Con questo progetto si desidera coniugare l’alpinismo allo sviluppo socio-economico dei luoghi incontrati, nel rispetto dell’ambiente naturale. Uno sviluppo attento alle tematiche quali scolarizzazione, educazione e conoscenza della montagna.
Cresta di Rochefort – Monte Bianco | 4014m
Il Viaggio
Il viaggio “Sul filo di cresta” inizia sulla vetta più alta della mia infanzia per proseguire verso la cima più alta del mondo.
Giorgio Passino
Con l’alpinismo ho aperto il mio orizzonte visivo dal piccolo villaggio di Entrèves a popoli lontani con i quali ho in comune il senso di amore e rispetto per la propria terra e le proprie montagne. Desidero condividere la mia esperienza umana e professionale con le popolazioni che abitano alla base delle grandi vette, affinché possano identificare nuove opportunità di sviluppo.
Dalla cima del Monte Bianco, il primo sguardo è rivolto al Perù, alla cordigliera Blanca nelle Ande. Pareti affascinanti, difficoltà tecniche, tanti giorni sopra i 6000 metri con bivacchi tra amici: Giorgio, Nawaf, Jacopo, Cesar ed altri.
Cesar, Guida Alpina di Huaraz, rappresenta la conoscenza del territorio, che con Giorgio e Iacopo ha portato alla definizione delle linee alpinistiche da percorrere. Il gruppo, coordinato e supportato da Nawaf, ha definito la parte progettistica legata allo sviluppo eco-sostenibile della popolazione locale. Nello specifico si sono sviluppati i contatti con le Guide Alpine di Huaraz su tematiche del soccorso e della sicurezza in montagna, aspetti localmente ancora poco sviluppati. E’ prevista la condivisione di protocolli di formazione, di materiale tecnico e l’incontro tra professionisti locali e le Associazioni specialistiche Europee.
Perù – Quitaraju | 6036m
Il Progetto Umanitario
Il mio impegno è sempre stato radicato nell’azione umanitaria motivato dal desiderio di raggiungere coloro che troppo spesso vengono dimenticati dai sistemi istituzionali e dall’attenzione globale.
Nawaf Obaid
Che si trattasse di interventi d’emergenza, sviluppo a lungo termine o costruzione di partenariati, l’obiettivo centrale è rimasto invariato: restituire dignità, proteggere la vita umana e aiutare le comunità a prosperare secondo i propri termini.
Con il tempo, sono giunto a una constatazione significativa. In numerose valutazioni umanitarie che fossero studi di fattibilità, analisi dei bisogni nazionali o definizione di priorità regionali un gruppo risultava sistematicamente trascurato: le comunità d’alta montagna. Dal Karakoram nel nord del Pakistan, alle regioni himalayane del Nepal e dell’India, fino alle Ande in America Latina, ho incontrato persone che vivono in condizioni estreme, spesso con decenni di ritardo nell’accesso ai servizi e al sostegno. La loro lontananza li rende quasi invisibili sia ai governi sia al sistema umanitario internazionale.
Eppure, queste sono comunità fiere, profondamente radicate nella propria terra, ricche di tradizioni culturali e dotate di una connessione incrollabile al territorio. Non cercano di partire, ma di vivere con dignità di avere accesso alle basi fondamentali che permettono a ogni essere umano di sopravvivere, adattarsi e prosperare.
Credo che la prossima fase dell’azione umanitaria debba includere e prioritizzare intenzionalmente queste popolazioni d’alta quota. Attraverso un approccio olistico e centrato sulla comunità, fondato su compassione e pragmatismo, possiamo iniziare ad affrontare le lacune croniche che incidono quotidianamente sulle loro vite.
__1 Infrastrutture e Servizi Umanitari di Base
Ciò che sembra elementare a basse altitudini diventa vitale in alta montagna. In molte di queste comunità, le strade sono inesistenti o impraticabili, rendendo l’accesso ai beni e servizi essenziali quasi impossibile. Progetti come la costruzione di strade agibili in tutte le stagioni, sistemi idrici a gravità, servizi igienico-sanitari sicuri, o anche semplici scuole, possono trasformare la vita.
L’aiuto umanitario deve adattarsi alla geografia senza imporre modelli esterni. L’approccio deve essere guidato dalla comunità, rispettoso dei modi di vita tradizionali e mirato a sostenere un futuro sostenibile nei luoghi in cui scelgono di restare
__2 Salute Umanitaria: Accesso, Equità e Sopravvivenza
La salute è un pilastro fondamentale di qualsiasi sforzo umanitario. In queste regioni montane, anche l’assistenza sanitaria più basilare è spesso inaccessibile. Una sola clinica dotata di medicinali essenziali, un operatore sanitario formato o un piano locale di trasporto d’urgenza può fare la differenza tra la vita e la morte, quando l’ospedale più vicino dista ore o giorni.
Con la mia esperienza nel campo della salute umanitaria, vedo opportunità non solo per fornire cure, ma per contribuire alla costruzione di sistemi sanitari resilienti, adatti agli ambienti montani. In collaborazione con ospedali universitari, ONG e governi locali, possiamo sostenere formazione, infrastrutture e servizi mobili su misura per le esigenze specifiche delle popolazioni d’alta quota soprattutto donne, bambini e anziani.
__3 Preparazione alle Emergenze e Resilienza Climatica
Queste regioni sono anche tra le più vulnerabili ai disastri naturali e ai cambiamenti climatici. Valanghe, frane, esplosioni di laghi glaciali e fenomeni meteorologici estremi sono sempre più frequenti e pericolosi. Eppure, la maggior parte dei villaggi di montagna non dispone di sistemi di allerta precoce, preparazione alle emergenze o squadre di risposta formate.
Collaborando con attori locali—guide alpine, soccorritori e leader comunitari—possiamo rafforzare le capacità di risposta e costruire resilienza a lungo termine. Questo include formazione alla sicurezza in montagna, dotazione di attrezzature per le emergenze e integrazione delle conoscenze locali nelle strategie di riduzione dei rischi.
__4 Ricerca, Advocacy e Visibilità
Infine, questo lavoro deve diventare visibile. Le comunità d’alta montagna meritano di far parte del dibattito globale. Collegandoci con scienziati, alpinisti, giornalisti e ricercatori, possiamo contribuire a far luce sulle loro vite e sulle loro sfide.
Le spedizioni alpinistiche di alto profilo guidate da esperti italiani, francesi, svizzeri e locali possono diventare potenti piattaforme di narrazione. Quando svolte con consapevolezza, queste scalate possono sensibilizzare, promuovere advocacy e attrarre finanziamenti cruciali per programmi umanitari realmente efficaci.
Non si tratta di carità ma di giustizia, inclusione e riconoscimento dell’umanità in tutte le sue forme. Le popolazioni montane non chiedono di essere salvate, chiedono di essere viste, ascoltate e messe nelle condizioni di costruire il proprio futuro nei luoghi che abitano da generazioni.
È tempo di includerle nella nostra visione umanitaria non come un ripensamento, ma come una priorità centrale. Attraverso la collaborazione, il rispetto e un’azione consapevole, possiamo portare cambiamenti reali e duraturi nei luoghi più alti del mondo.
